Testo di Michele Govoni

Per quanto complesso, l’elemento materico sembra voler tornare costantemente, nell’ambito della pittura contemporanea. Probabilmente, ma è impressione personale, per la precisa volontà di una sorta di empirismo cui la vita quotidiana ci invoglia. Ancor più probabilmente, per l’aspetto fortemente tattile che il materico, per sua stessa natura, porta con sé rendendo, di conseguenza, l’opera più presente, meno “simulazione” e più “incombenza”.

Sarvese sembra affrontare il lento e faticoso cammino che ogni artista intraprende all’interno dell’universo delle proprie intenzioni e tensioni, attraverso due metodologie solo apparentemente contrapposte che hanno come comune denominatore: il peso.
Nel pondus attraverso il quale l’artista pone il germe della sua creazione, sta l’elemento fondante che viene dapprima addizionato al supporto, e che quindi si pone come aggiunta di peso. Ecco quindi crearsi stratificazioni di materia cromatica, nervature solide che nel loro evolvere magmatico divengono esse stesse generative creatrici di spazi pieni e vuoti, in un trasparire di substrati che suonano come paradossale assonanza di presenze e assenze di peso pur nella potente presenza della materia.

Proprio quest’assenza di peso sembra trovare spazio nelle più recenti opere, in cui Sarvese non abbandona il modus operandi efficace delle prime opere, a favore di un’evoluzione che si apparenta allo scavo di archeologie della psiche e dello stato d’animo.

Non è facile accostarsi alla materia trattandola senza cadere nel déjà-vu. Sarvese la affronta con grande forza ed efficacia e offrendo nelle sue opere il superamento di un’altra grande e non insolita difficoltà: il perfetto connubio di tecnica e sentimento che ogni opera d’arte dovrebbe presentare.

Michele Govoni
Gennaio 2014